Non possiamo rassegnarci

Oltre quarant’anni fa partii insieme a mia moglie per un servizio di volontariato internazionale in Africa di due anni e mezzo: avviammo così il primo progetto di sviluppo integrato del CEFA in Tanzania. Quella, credo, fu l’esperienza più arricchente e più bella della nostra vita. Da allora continuammo a collaborare col CEFA, credendo nella sua nobile causa, supportati dai duraturi risultati che la sua azione ha prodotto in paesi tra i più poveri del mondo e con la volontà di dare a tanti altri la possibilità di condividere col CEFA concreti ideali di pace, di fratellanza e di intelligente cooperazione.
Per gli stessi motivi, e quindi in continuità con quella lontana esperienza giovanile, ho accettato di assumere la responsabilità di presidente del CEFA in un momento delicato, in cui la cooperazione internazionale allo sviluppo è colpita da diverse difficoltà, talora fraintesa e addirittura denigrata, sull’onda di dissennate teorie che calpestano la dignità e l’uguaglianza delle persone. Dedicare tempo, impegno ed esperienza a una simile causa nel volontariato procura un senso di positiva umanità, capace di compensare le numerose difficoltà che insidiano oggi la vita delle ONG. Eppure, o forse proprio per questo, noi abbiamo l’ambizione di tener viva l’idealità iniziale del CEFA e del volontariato internazionale, quella di essere elemento di cambiamento nel mondo, non solo un cambiamento, sia pure prioritario, delle condizioni materiali di vita di tanti popoli in povertà, ma anche un cambiamento delle coscienze.
Come si fa a non avvertire l’assillo del grido di sofferenza di tanti uomini, donne e bambini? Come si fa a rimanere indifferenti davanti a ingiustizie planetarie che peraltro compromettono il futuro di tutti? Come si fa a non capire, tra l’altro, che un mondo più giusto è, da tutti i punti di vista, la migliore condizione per la Storia del mondo e anche per la vita di ciascuno? Come si fa a non condividere il messaggio che papa Paolo VI lanciò già sessant’anni fa: “lo sviluppo è il nuovo nome della pace” e non può esservi vero sviluppo senza la pace e neppure la pace senza lo sviluppo, senza cioè il rispetto delle minime condizioni di dignità della persona.
Credo che anche la pace delle coscienze abbia questo legame, qualora esse non siano offuscate dalla indifferenza, dall’egoismo o anche da una colpevole rassegnazione. Eppure, purtroppo, come ha di recente denunciato anche il presidente Mattarella, il mondo è oggi “caratterizzato dall’abbandono della cooperazione come elemento fondante della vita internazionale”. Non possiamo rassegnarci. Con rinnovato impegno il CEFA continuerà la sua battaglia, nella speranza certa di non essere solo.
