Da cosa fuggono? Non da fronti militari, ma da siccità, sete, fame
Di Michele Tufano – Cooperante CEFA in Etiopia
L’Etiopia conta circa 4 milioni di sfollati interni. Verrebbe da immaginarsi che questo numero sia esclusivamente correlato alle due guerre civili e mezzo in corso (Amhara, Tigray e il conflitto a bassa intensità con OLA in Oromia). Non è esattamente così. All’interno di questa cifra, il gruppo etnico più numeroso non è uno di quelli oggi coinvolti nei combattimenti, bensì i somali etiopi.
Da cosa fuggono? Non da fronti militari, ma da siccità, sete, fame.

La crisi climatica gioca un ruolo di fondo: indebolisce comunità già fragili e alimenta tensioni locali, che in alcuni casi finiscono per esplodere in violenza. La vicenda di Osman e della sua famiglia restituisce bene questa intersezione di fattori.
Osman, sua moglie Myriam e la figlia Fatima vivevano a Moyale, nella Somali Region. La loro vita era scandita dai tempi lenti del bestiame e dal ritmo dalle stagioni, con gli spostamenti dettati dalla disponibilità di acqua e dalla ricrescita del foraggio spontaneo.
Moyale è una città di confine atipica, tagliata a metà tra Oromia e Somali, incuneata tra Etiopia e Kenya. Per secoli le comunità nomadi hanno varcato quei limiti senza troppi impedimenti. Oggi quel confine è un nodo strategico: l’unico punto di contatto diretto tra Oromia e Kenya, un nodo vitale per il passaggio di merci, beni e persone, senza il controllo di milizie di altre etnie. Per questo, dopo l’ascesa politica degli Oromo – oggi gruppo dominante nel Paese – il controllo di Moyale ha assunto un valore ancora più cruciale. Nel 2025 le tensioni sono deflagrate. Il governo regionale somalo ha rafforzato i poteri amministrativi sul lato somalo della woreda di Moyale, e la reazione oromo è stata durissima: scontri e respingimenti hanno costretto 4.615 famiglie somale (26.856 persone) a fuggire nella vicina Hudet. Tra queste, la famiglia di Osman.


Per lui, che aveva sempre concepito casa come un triangolo aperto tra Somalia etiope, Oromia e Kenya – ovunque potesse portare gli animali e garantire acqua e cibo – la parola “migrazione” suonava come una scatola vuota. Oggi, in un campo di sfollati, quella parola si declina come una realtà amara: tende, baracche, assenza di prospettive.
Osman si era promesso che entro la fine dell’anno – che per il calendario etiopico cade in corrispondenza del nostro 11 settembre – avrebbe trovato una via d’uscita per Myriam e Fatima. Le opzioni, però, restano poche e tutte fragili. Una parte della famiglia è riuscita a varcare il confine con il Kenya, dove la sopravvivenza è quotidiana e precaria: tensioni etniche, incursioni della polizia, competizione feroce per risorse sempre più scarse. L’altra possibilità è Addis Abeba, la capitale. Ma è un miraggio che si rivela spesso un tranello: in città non ci sono foreste da cui ricavare legna, né fiumi da cui abbeverare il bestiame; la vita è più cara, le reti di solidarietà che il mondo rurale offre non esistono, il lavoro scarseggia persino per chi è nato lì. Trasferirsi ad Addis significa spesso solo spostare la disperazione, non risolverla.

La fuga verso il Nord del mondo, l’Italia o l’Europa, per ora, non esiste neppure come ipotesi nella mente di Osman. Per noialtri, atrofizzati in un dibattito pubblico ossessionato dall’idea dell’invasione, sembra che l’Africa intera sia in cammino verso Lampedusa. La realtà, oltre la punta del nostro naso, è invece ben diversa: la maggior parte di chi fugge resta intrappolata in un raggio ristretto, una gamma scarsa di possibilità, spesso senza lieto fine. Per disperati come Osman l’Europa non è una scelta, non è nemmeno un progetto. È un orizzonte remoto, inaccessibile, un nome che rimbalza nei racconti di altri ma che non appartiene al loro immaginario. Servono strumenti, anche cognitivi, contatti, soldi. Fortuna. Serve fortuna persino per essere capaci a sognarla, l’Italia.
E così Osman resta sospeso, intrappolato in un circuito che non concede uscite. Un eterno gioco dell’oca che sembra riportarlo sempre al punto di partenza: Hudet, Moyale, Addis, Kenya, e ancora Hudet. La sua vita, come quella di milioni di altri, non avanza: gira in tondo, mentre l’unica certezza resta il piatto vuoto davanti a sua figlia.
Riempi il Piatto Vuoto
Dietro ogni numero, ci sono volti come quello di Osman. Persone che non cercano un nuovo mondo, ma solo la possibilità di restare nel proprio. Perché la fame non è solo mancanza di cibo, ma anche mancanza di opportunità e di pace.
Sabato 11 ottobre, in Piazza Maggiore a Bologna, parleremo proprio di questo: del legame tra fame, terra e migrazioni, e raccoglieremo fondi per i progetti CEFA che ogni giorno lavorano per riempire piatti e restituire dignità.
