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Acqua, educazione, sanità e pace: i bisogni delle donne in Etiopia

19/01/2026

    Lungo il confine tra le regioni dell’Oromia e Somali, in Etiopia, la vita quotidiana degli abitanti del territorio è minacciata da una crisi umanitaria. Le prolungate siccità, l’instabilità e l’incertezza economica stanno portando a una situazione di emergenza: le persone sono costrette a sfollare in altre regioni, a cercare un luogo in cui poter soddisfare i propri bisogni più essenziali. A sostenere il peso quotidiano più alto del sostentamento familiare sono le donne, che restano però escluse dalle decisioni più importanti, dall’accesso alle risorse e dalla vita pubblica.

    In questo contesto, con il supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), nel mese di dicembre abbiamo completato il primo giro di supporto economico diretto a 315 membri di famiglie con vulnerabilità. Il supporto economico diretto è una pratica consolidata nella cooperazione umanitaria che mira a fornire alle persone colpite da crisi strumenti economici per soddisfare in autonomia i propri bisogni di base, come cibo, acqua, salute e istruzione. Di queste 315, 250 sono donne.

    Con il progetto SHIELD come CEFA intendiamo intervenire in maniera mirata per supportare i bisogni delle persone sfollate e in particolare difficoltà nella regione di Somali. Nelle woreda di Moyale e Hudet, si stima che il reddito medio di una famiglia di circa 8 persone sia di 3.000 etb al mese –  corrispondenti a 18 euro. Il supporto economico diretto per questo rappresenta un primo strumento per le famiglie in emergenza, per riuscire a dare priorità ai propri bisogni più urgenti, con dignità e flessibilità.

    Negli stessi giorni, abbiamo svolto inoltre un programma di interviste alle persone partecipanti. Per dar voce e spazio a ciò che serve per migliorare la vita delle donne e rafforzare la resilienza delle comunità

    Dalle interviste è emersa una visione condivisa di cosa servirebbe fare. Le persone, in grande maggioranza donne, hanno messo in luce quattro aree prioritarie in cui intervenire: temi tra loro fortemente interconnessi, parte di un quadro complesso in cui per affrontare grandi sfide occorre elaborare azioni all’altezza di quella complessità, per impattare realmente sulla vita delle donne e delle famiglie in condizioni di vulnerabilità.

    Per la sicurezza della vita nella regione, serve innanzitutto ricostruire la pace nel territorio. A causa dell’instabilità, gli sfollati interni in Etiopia soffrono innanzitutto l’impossibilità di tornare nei loro villaggi di provenienza. C’è bisogno di supporto al dialogo, una cultura di pace e la creazione di condizioni per un ritorno volontario e in sicurezza. Perché le famiglie possano “ripristinare le loro case e continuare la loro vita normale”.

    Serve però anche un maggiore accesso sicuro alle cure mediche e ai servizi sanitari, in particolare a sostegno della maternità. Sul territorio mancano strutture e secondo le partecipanti servirebbero molti più posti di lavoro per lavoratrici formate nel campo della sanità. 

    L’importanza del lavoro e dell’educazione è stato ampiamente condiviso dalle persone intervistate. Le disuguaglianze di genere sono una questione di mancanza di opportunità, formazione e supporto per le donne, relegate a compiere la maggior parte del lavoro domestico senza poter però decidere sulle questioni familiari e comunitarie. Da tutte le persone intervistate, l’educazione e l’alfabetizzazione per le donne sono riconosciute come priorità: per costruire fiducia, capacità, aprire percorsi che migliorino realmente la qualità della vita e la partecipazione pubblica.

    E l’acqua è infine la sfida forse più grande, complessa e interconnessa a tutto, sia per chi è sfollato che per chi vive da sempre nel territorio. La scarsità d’acqua porta le donne a dover camminare quotidianamente fino a 3 ore al giorno per poter raggiungere una fonte, limitando il tempo a loro disposizione per il lavoro, la comunità o altro.