Testimonianze

Una scelta da obiettori di coscienza: un racconto di Giorgio e Rita

11/02/2026

    Correva l’anno 1980 e dopo la laurea in Medicina, il servizio militare non era più rinviabile. Decisi pertanto, in accordo con Rita, che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie, di fare domanda per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e l’ammissione a prestare il servizio sostitutivo civile in base alla legge 772 del 1972 (il servizio militare di leva è rimasto obbligatorio fino al 31 dicembre 2004).

    Presentai pertanto la domanda al Ministero della Difesa e nel frattempo mi misi alla ricerca di un ente  dove svolgere il mio servizio civile. Tra gli altri contattai anche il GAVCI di Modena ed ebbi la fortuna di conoscere Agnese della famiglia Santi e padre Angelo Cavagna.

    Nonostante la breve frequentazione Agnese e padre Angelo sono rimasti ben presenti nella nostra memoria: l’una per la straordinaria capacità di accoglienza, l’altro per l’attenzione e il rigore con cui affrontava i problemi. Con padre Angelo non erano ammesse mezze misure o almeno così ci era parso. Comunque sia, in quel momento non ce la sentimmo di partecipare al suo progetto.

    Svolsi il mio servizio civile presso la Caritas diocesana di Modena, dapprima come volontario poi finalmente gli ultimi otto mesi come obiettore. All’epoca gli strumenti messi in atto al fine di scoraggiare l’obiezione di coscienza erano tanti: il periodo previsto di servizio civile era di 20 mesi e non di 12 come per la leva, la chiamata avveniva con notevole ritardo per cui gli obiettori rimanevano per mesi in una sorta di limbo senza poter svolgere alcuna attività; nel mio caso fui anche sottoposto ad colloquio, a dir poco mortificante, con il comandante della locale stazione dei carabinieri che si proponeva di dissuadermi dalla mia scelta.

    Assieme ad altri obiettori demmo un contributo nella gestione di una piccola comunità che accoglieva ragazzi inviati dal tribunale dei minori e aprimmo la prima sede di Porta Aperta.

    Per me, che nel frattempo mi ero iscritto alla specialità di Psichiatria, fu un’esperienza fondante che mi diede modo di conoscere un’umanità sofferente che non immaginavo e di comprendere quanta parte abbiano nell’origine e nel mantenimento del disagio psichico la mancanza di cibo, di un letto su cui riposare o di un lavoro.

    Per me e Rita, come per altri compagni di viaggio, fu un vero e proprio allenamento all’ospitalità. Poteva capitare che alla fine della giornata non si trovasse un rifugio notturno per l’ultimo che aveva bussato a Porta Aperta e allora ce lo portavamo a casa.

    Sono stato congedato a luglio 1982 e ho iniziato a lavorare con regolarità poco dopo.

    Lessi da qualche parte che il 7 per mille dell’imposta Irpef rappresentava la quota per finanziare le spese militari. Decidemmo pertanto di optare per l’obiezione fiscale alle spese militari. Poiché entrambi eravamo lavoratori dipendenti, non era possibile evitare il versamento di tale quota all’Agenzia delle Entrate, poiché essa veniva detratta dallo stipendio. L’alternativa era perciò devolvere una quota equivalente ad un ente dichiaratamente pacifista, contribuire al finanziamento della Lega Obiettori di Coscienza (LOC) e documentare il tutto inviando un lettera al Presidente della Repubblica ogni anno. 

    Tra gli enti proposti da LOC c’era anche CEFA. Sarà perché vengo dalla campagna, sarà perché entrambi crediamo che la formazione sia fondamentale, sarà per quella parola Europeo che dava una dimensione sovranazionale, aperta e laica, che scegliemmo CEFA come destinatario del nostro 7 per mille.

    Da qualche anno non mandiamo più le lettere al Presidente della Repubblica perché ci è parso che l’esiguità del numero di obiettori fiscali rendesse l’azione insignificante, ma il susseguirsi dei recenti tragici eventi bellici e dell’orientamento al riarmo generalizzato ci fanno pensare che sia l’ora di riprendere ad obiettare in qualsiasi forma possibile.

    Non ci siamo però mai pentiti della scelta e in tutti questi anni non abbiamo mai smesso di sostenere CEFA.

    La scelta di non fare “la carità” bensì di avviare percorsi di crescita per l’autonomia delle comunità a cui si rivolgono ci è parsa la caratteristica fondamentale mai disattesa. L’uso delle risorse economiche rendicontate con trasparenza secondo le tappe raggiunte ci sono sempre risultate chiare, testimoniate da chi ha vissuto quelle esperienze sul campo. Ci riempiva di gioia sentire di acquedotti che davano acqua a migliaia di persone liberando le donne dalla schiavitù del dover far chilometri per i rifornimenti, o del buon funzionamento di latterie che potevano far arrivare un bicchiere di latte a bambini malnutriti, o piccolissimi progetti agricoli che ridavano vita a persone emarginate, a scuole dimenticate. 

    Tutti i progetti meriterebbero di essere ricordati e non solo per gli obiettivi concreti raggiunti, ma per quella straordinaria “rinascita” interiore che le persone coinvolte hanno testimoniato: l’aumento della fiducia in se stessi, il recupero di una maggiore dignità, la ripresa di solidarietà e coesione sociale all’interno dei villaggi. 

    Siamo rimasti inoltre colpiti dalla coerenza che accompagna ogni progetto che, se da una parte prevede di soddisfare i requisiti minimi per una vita dignitosa in luoghi dove questi sono negati, dall’altra viene attuato all’insegna della sostenibilità, del rispetto della natura e dell’ambiente.

    Ed infine vorremmo aggiungere che dopo anni di rapporti anonimi col CEFA, dopo un incontro in presenza per un evento pubblico, si sono stabiliti rapporti personali che vanno ben oltre la formalità, fatto per noi inaspettato e per certi versi sorprendente in quest’epoca di incontri virtuali e di mancanza cronica di tempo.

    di Giorgio e Rita – donatori CEFA