Progetti

Kujenga Amani, ovvero costruire la pace

04/03/2026

    di Irene Sciurpa, Stefania Balzano e Noemi Rodighiero – CEFA Kenya e Mozambico

    Nelle regioni costiere di Kenya, Tanzania e Mozambico c’è un progetto con un’ambizione fuori dal mondo: costruire la pace. Ma come si fa? Da dove si inizia? 

    Dopo quasi tre anni oggi non abbiamo la risposta in tasca. Ma abbiamo trovato almeno le parole per parlarne, per rendere il concetto di conflitto reale e quotidiano, così come quello di pace.

    Un progetto in cui le domande sono diventate più interessanti delle risposte. Con un approccio decoloniale e comunitario siamo entrati in contatto con ONG locali, attivisti, youth leader, fotografi, artisti e giornalisti. E la prima domanda a cui abbiamo dovuto dare una risposta è stata: che cos’è il conflitto? E abbiamo imparato che c’è anche dove non è armato. Che la definizione di conflitto dipende da a chi lo chiedi e da come lo chiedi. Il primo anno siamo andati in giro per i villaggi a chiederlo a tutti: gruppi di donne, giovani, leader religiosi, autorità locali e forze di sicurezza. “Che cos’è per voi il conflitto?”

    Ne è nato un caleidoscopio di prospettive e definizioni, poi discusso in più di 50 dialoghi comunitari guidati da gruppi di giovani. Ed è lì che abbiamo scoperto che il conflitto può essere l’ingiustizia legata alla terra contro le comunità autoctone e più fragili, in nome di cavilli giudiziari di stampo coloniale e di una idea di sviluppo che vede resort e ristoranti sulla spiaggia, ma esclude chi quella terra la abita da generazioni. Abbiamo scoperto che conflitto è la mancanza di opportunità e di spazi sicuri, soprattutto nei cosiddetti “hotspot” per il reclutamento di giovani vulnerabili da parte di estremisti religiosi. Che il conflitto è la violenza basata sul genere, che limita la libertà e lo sviluppo di migliaia di donne e ragazze. Ma anche che conflitto è la narrazione atroce fatta dai media, che parlano dei giovani senza i giovani, che li ritraggono come trouble maker e non come talenti, pieni di possibilità e opportunità anche per quei conflitti.

    Dare spazio e voce, trovare soluzioni locali. Rafforzare il collective power delle comunità attraverso un lavoro lungo, faticoso e meraviglioso con 18 organizzazioni locali, finanziando i loro percorsi già avviati per costruire la pace.  Cosa sia questa pace vi sarà più chiaro alla fine di questo racconto: noi in questi anni abbiamo imparato che è la cosa più concreta del mondo.

    Creare spazi sicuri dove non ce ne erano –  Maskani Yetu youth center in Kenya

    In Kenya, nella sottocontea di Kisauni, è concreto il Maskani Yetu Center, fondato grazie allo sforzo comune delle due organizzazioni Amkeni CBO ed Elimu Care CBO.  Kisauni è una sottocontea di Mombasa con la più alta concentrazione di giovani sotto i 35 anni: un enorme potenziale che si scontra con carenze strutturali e poche opportunità. Mancano spazi di aggregazione giovanile, come campi sportivi o centri sociali, e ci sono alti livelli di disoccupazione giovanile e una diffusa vulnerabilità sociale. Alcol e sostanze, estremismo violento e gang giovanili sono spesso l’unico spazio di riconoscimento e di identità collettiva disponibile. Un ciclo di marginalizzazione e insicurezza difficile da spezzare.

    Fino a poco tempo fa, il Maskani Yetu Center era uno spazio abbandonato e dimenticato. Oggi, grazie all’impegno di Amkeni ed Elimu Care e al coinvolgimento attivo dei giovani, quel luogo è rinato: completamente ristrutturato, è diventato uno spazio vivo, pensato su misura per i giovani e per i loro bisogni. Una trasformazione non solo fisica, risultato di un vero processo partecipativo, in cui i giovani hanno avuto voce in capitolo in ogni dettaglio: dai temi ai colori, fino ai messaggi dei murales che animano le pareti e rappresentano esperienze personali, sfide condivise e aspirazioni per il futuro.

    A maggio 2025, il Maskani Yetu Center è stato inaugurato e da allora è diventato un punto di riferimento per le attività organizzate dalle due organizzazioni. Tra queste spicca l’Opportunity Desk, uno spazio dedicato a supportare i giovani nell’accesso a opportunità educative e lavorative presenti sul territorio. Grazie a consulenze gratuite per la candidatura a posizioni di lavoro, revisione del curriculum vitae e preparazione ai colloqui, il desk offre un sostegno concreto e accessibile, contribuendo a trasformare il potenziale dei giovani in opportunità reali. Oltre a questo, il centro offre corsi di teatro e percorsi di financial literacy ed educazione all’imprenditorialità: per stimolare l’espressione creativa, fornire competenze di base indispensabili per l’autonomia economica e un futuro più stabile.

    Per i giovani di Kisauni, questo spazio ha colmato un vuoto cruciale. Il Maskani Yetu Center è un hub di apprendimento, mentorship e condivisione di sogni collettivi, dove i giovani sono incoraggiati a sostenersi a vicenda, sviluppare competenze e ridefinire il senso di appartenenza. Grazie ad attività pensate e guidate dai giovani stessi, il centro ha permesso loro di riscoprire un senso di comunità, partecipando attivamente a iniziative positive, costruttive e orientate al futuro. Il centro ha favorito anche il dialogo con le autorità locali e le forze di sicurezza: un passaggio fondamentale in un contesto storicamente segnato da tensioni, verso una comunità più coesa e orientata alla pace.

    Raccontare la pace attraverso le immagini – Photovoice in Mozambico

    Nei distretti di Pemba, Mecúfi, Metuge e Chiúre, in Mozambico, Kujenga Amani ha invece realizzato una campagna mediatica basata sulla metodologia Photovoice: un intreccio di fotografia, narrazione e produzione multimediale per raccontare direttamente le esperienze, perché le comunità siano autrici e interpreti del cambiamento esse stesse, in immagini e storie collettive. Sei gruppi di lavoro, composti da società civile e media locali, sono stati formati su fotografia, etica mediatica e storytelling non violento, per poi documentare sul campo le trasformazioni generate dai progetti delle associazioni giovanili locali.

    Le fotografie sono state accompagnate da testimonianze audio, brevi video e programmi radiofonici: un ecosistema narrativo accessibile tramite media tradizionali, piattaforme digitali e social network. Tra gli elementi più rilevanti, il rafforzamento del rapporto tra giovani della società civile locale, giornalisti e mezzi di comunicazione:  i media non si sono limitati a “raccontare” i progetti, ma hanno riflettuto criticamente sul proprio ruolo nella costruzione di narrazioni inclusive, sensibili al genere e orientate al dialogo. Allo stesso tempo, i giovani coinvolti hanno acquisito competenze concrete in ambito comunicativo e mediatico, rafforzando la propria capacità di incidere nel dibattito pubblico.

    A fine gennaio il percorso partecipativo è culminato con una mostra fotografica che ha riunito comunità, studenti, media e istituzioni locali. Ogni fotografia esposta era dotata di un QR code, che permetteva ai visitatori di accedere direttamente ai contenuti multimediali prodotti dai gruppi di lavoro: un ponte tra esposizione fisica e narrazione digitale. La mostra non è stata solo un evento espositivo, ma un momento di dialogo istituzionale e comunitario. Durante le sessioni di intervento, le autorità provinciali e municipali hanno riconosciuto il valore dell’iniziativa in un contesto complesso come quello di Cabo Delgado, sottolineando il ruolo positivo dei giovani e dei media nella promozione della coesione sociale e della prevenzione dei conflitti.