La Tanzania dopo le tensioni elettorali e quella ferita difficile da rimarginare
In Tanzania lo scorso ottobre si sono tenute le elezioni generali e Samia Suluhu Hasan, già presidente in carica, è stata riconfermata con quasi il 98% dei voti. Abbiamo intervistato un membro del progetto Kujenga Amani nel paese, che ci ha condiviso le sue riflessioni e la propria esperienza personale.
Perché queste elezioni sono state così importanti e in cosa si sono distinte dalle precedenti?
«In Tanzania le elezioni generali si tengono ogni cinque anni e il Chama Cha Mapinduzi (CCM) è al potere ininterrottamente dall’indipendenza del paese nel 1964. Ci si aspettava una ‘normale’ vittoria del CCM, ma il contesto politico è in realtà cambiato. Di solito, le tensioni elettorali avvenivano soprattutto nell’isola di Zanzibar, ma questa volta si sono verificate soprattutto nella Tanzania continentale, dove il principale partito di opposizione è storicamente il Chama Cha Demokrasia na Maendeleo (Chadema). Questo per un elemento cruciale: per la prima volta, le elezioni generali si sono svolte senza il principale partito di opposizione. Sebbene quattordici partiti abbiano formalmente preso parte al voto, Chadema non ha partecipato. Non è stato un evento isolato, perché già nel 2024 era stato escluso dalle elezioni locali, segnando una chiara restrizione dello spazio politico. Inoltre, il leader Tundu Lissu si trovava in stato di detenzione con l’accusa di tradimento, e il suo futuro politico resta incerto. È stato un fatto senza precedenti, che ha ridotto significativamente lo spazio democratico e scoraggiato la partecipazione di molti elettori».
Come hai vissuto i giorni prima delle elezioni e il periodo di lockdown forzato imposto dal governo?
«Da mesi osservavo segnali di allarme simili a quelli visti in altri paesi dell’Africa orientale: aumento dei discorsi d’odio nei media, progressiva riduzione dello spazio democratico, maggiore mobilitazione giovanile sui social e una retorica sempre più aggressiva da parte dei leader del CCM. Ero particolarmente preoccupato per la sicurezza delle persone nella mia comunità, anche se non immaginavo questa intensità degli eventi. I giorni successivi sono stati emotivamente molto difficili, di incertezza totale: ogni mattina mi svegliavo senza sapere cosa sarebbe successo a me o alle persone a me vicine. Temevo anche che quanto stava accadendo potesse incrinare la storica reputazione della Tanzania come “isola della pace”. Per limitare la circolazione delle informazioni e l’organizzazione delle proteste, il governo ha sospeso l’accesso a Internet lasciando solo SMS e radio, e unicamente i media pubblici nazionali erano autorizzati a operare. Verificare le notizie era estremamente difficile. Nei primi giorni, ad esempio, ho ricevuto un messaggio che parlava di una presunta contaminazione dell’acqua pubblica a Dar es Salaam: senza Internet, controllare una simile informazione era quasi impossibile. Ho evitato di diffondere notizie non verificate e ho cercato invece di confermarle contattando direttamente amici e conoscenti. Nonostante ciò, la situazione è stata altamente stressante».
C’è un prima e un dopo quanto successo, in Tanzania?
«Sì, e penso che ci sia un potenziale anche in senso positivo, più che negativo. Pur in un contesto di restringimento dello spazio democratico, gli eventi di ottobre hanno rappresentato un risveglio civico. Le persone hanno deciso di parlare, mobilitarsi e agire, rafforzando i legami comunitari e diventando più attive politicamente. Questo cambiamento è particolarmente evidente tra la Generazione Z, che mostra maggiore consapevolezza e reagisce con più decisione quando le proprie richieste vengono ignorate. Per il governo, ottobre è stato un segnale chiaro: le reazioni dell’opinione pubblica contano.».


In che modo Kujenga Amani può contribuire a ricostruire una società più resiliente?
«Sono orgoglioso di far parte di Kujenga Amani, uno dei pochi progetti transfrontalieri in Africa Orientale dedicati alla pace e alla sicurezza. Nelle comunità in cui abbiamo lavorato, in particolare nelle regioni di Tanga e Mtwara, le persone sono oggi più informate, responsabilizzate e capaci di affrontare i conflitti locali. Questo è stato possibile soprattutto grazie al lavoro con organizzazioni della società civile locali, che ci ha permesso di intervenire senza filtri e senza essere percepiti come attori esterni. Allo stesso tempo, gli eventi di ottobre mi hanno fatto riflettere su un limite del nostro intervento. A Dar es Salaam, dove ha sede CEFA, le proteste sono state particolarmente intense, e questo ha mostrato quanto sarebbe stato utile introdurre anche lì alcune attività di Kujenga Amani, come i club per la pace nelle scuole, il teatro comunitario e i dialoghi intercomunitari. Le aree urbane sono infatti il principale punto di riferimento per i giovani che cercano opportunità e costruiscono il proprio futuro, e per questo motivo vedo un forte potenziale per futuri interventi».