Istituzionali

Che caldo. Che ingiustizia.

16/07/2025

    Fa caldo. Molto caldo. È un caldo asfissiante e che fa preoccupare. “Non è più un evento raro ma è la nuova normalità” ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

    In queste ultime settimane, il Mediterraneo ha registrato temperature dell’acqua fino a 5°C sopra la media stagionale, secondo i dati più recenti del servizio Copernicus dell’Unione Europea. Una deviazione preoccupante, che rientra nel fenomeno delle Marine Heatwaves — vere e proprie ondate di calore marine, sintomi chiari della crisi climatica in corso.

    Nel frattempo, anche il resto dell’Europa si accalda. L’ondata di caldo estremo di queste settimane ha avuto effetti devastanti: solo a Milano, in dieci giorni, sono morte 317 persone a causa del caldo. A differenza di incendi o alluvioni, queste ondate di calore non distruggono paesaggi o case. Colpiscono silenziosamente. La maggior parte delle vittime sono persone anziane. Secondo i dati, l’88% aveva più di 65 anni.

    Insomma, potevamo aspettarci un’estate da record. D’altronde, è da anni che ogni estate sembra battere quella precedente. Ed è proprio a questo che si riferiva Guterres: non siamo più davanti a emergenze isolate, ma a una realtà che si ripete. Una realtà che rischia di scoraggiarci, di farci perdere speranza, di farci credere che non ci siano più soluzioni efficaci, resilienti, durature.

    Ma le soluzioni esistono. Il cambiamento climatico ha cause chiare e umane — è l’effetto diretto di modelli produttivi e di consumo insostenibili, come conferma da tempo tutta la comunità scientifica. Eppure, a pagarne il prezzo più alto sono spesso le comunità più vulnerabili, quelle che meno hanno contribuito a causarlo.

    E in Africa? Il riscaldamento globale sta colpendo il continente con una rapidità impressionante. Anche per l’Africa, ogni anno è l’anno più caldo mai registrato. Nel Sahel, le temperature medie sono già salite di oltre 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Questo si traduce in ondate di caldo estremo, forti siccità, fenomeni di desertificazioni. Solo nel Corno d’Africa, ogni anno oltre 2 milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case a causa di eventi climatici estremi. E secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 potrebbero esserci fino a 86 milioni di migranti climatici interni solo nell’Africa subsahariana.

    Questi effetti li vediamo ogni giorno nei paesi in cui lavoriamo. In Kenya, nella contea arida di West Pokot, colpita duramente da siccità, scarsità d’acqua e conflitti per le risorse, CEFA ha deciso di intervenire costruendo un acquedotto che oggi porta acqua a 10.000 persone. In un territorio dove i conflitti per l’acqua erano diventati la nuova normalità, ora ci sono 256 rubinetti domestici, 5 fontane comunitarie e 2 scuole con acqua potabile per bere, lavarsi e irrigare gli orti scolastici.

    L’accesso all’acqua non ferma la crisi climatica, ma rappresenta un diritto fondamentale. È la base per vivere con dignità. Acqua è salute, è alimentazione, è istruzione. È la possibilità di coltivare la propria terra, di mandare i propri figli a scuola, di ridurre le disuguaglianze.

    Per questo oggi vogliamo fare di più. In Tanzania e Somalia, vogliamo portare acqua a 26 nuovi villaggi, realizzare orti scolastici e costruire pozzi. Perché senza acqua non si può bere in sicurezza, non si possono irrigare i campi, non ci si può lavare. E questo significa malnutrizione, malattie, scuole chiuse. Significa povertà, ingiustizia, disuguaglianza.

    Oggi possiamo spezzare questo circolo vizioso.